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Comunione legale dei beni, «oggetto misterioso» non più riservato ai soli coniugi Un istituto giuridico le cui regole possono influire in modo decisivo anche sul futuro di chi sceglie l’unione civile o i contratti di convivenza

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Il notaio Daniele Minussi risponde ai quesiti dei lettori. Se anche voi avete una richiesta da sottoporre alla sua attenzione scrivete una email a:

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La recente legge 76/2016 ha determinato la nascita di nuovi istituti giuridici. Con l’unione civile viene istituito un vincolo del tutto assimilabile al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Con i contratti di convivenza è stata data la possibilità, a chi desidera disciplinare il legame affettivo tra due persone maggiorenni stabilmente unite in un rapporto di coppia, senza voler contrarre un vincolo più forte (matrimonio o unione civile), di regolare i propri rapporti patrimoniali.

In entrambi i casi viene in esame la possibilità che la coppia scelga di vivere secondo le regole della comunione legale dei beni. Ma che cosa prevede questa “comunione legale”?

L’istituto, cui il legislatore italiano diede vita con la legge 151/1975, possiede contorni assolutamente misteriosi per i non addetti ai lavori. Ciò stupisce, dal momento che stiamo parlando di una situazione che riguarda quasi tutte le persone che sono legate in un rapporto di coppia.

Esprimere una scelta richiederebbe anzitutto una conoscenza di che cosa si sceglie: v’è da domandarsi se chi opta per la comunione al posto della separazione dei beni esprime questa volontà comprendendone il significato. Senza alcuna pretesa di esaustività vediamo di precisare alcune regole di base. Anzitutto il regime degli acquisti. La comunione legale è come una calamita: non importa se a comprare un bene sia stata la moglie o il marito (o, il che è equivalente, uno dei componenti la coppia civilmente unita ovvero uno dei conviventi). In ogni caso quanto acquistato entra a far parte della comunione. Se compro un appartamento e vado da solo dal notaio, l’acquisto si riverbera anche in favore di mia moglie. Questo però avviene “in chiaro”, dal momento che il notaio mi domanderà i dati di mia moglie che verranno inseriti nel rogito. Meno chiaro è quello che accade quando vado a comprare un’automobile, dal momento che in questo caso nessuno mi domanderà nulla ed apparentemente il bene viene intestato soltanto a me. La sorpresa si ha quando vado a rivenderlo, dal momento che, anche se il veicolo è solo “a mio nome”, devo venderlo insieme a mia moglie. Le regole (assai complicate) della comunione legale infatti prevedono che mentre si compra da soli e l’acquisto avviene in capo alla comunione, quando si vende occorre la firma di tutti e due i coniugi (o le persone civilmente unite ovvero i conviventi). A questa regola si fa eccezione per i cosiddetti beni personali (funzionali all’esercizio della professione, beni ricevuti per donazione o successione a causa di morte). Non si tratta soltanto di norme giuridiche che disciplinano acquisti e vendite: esse riguardano praticamente ogni aspetto della vita quotidiana. Un esempio pratico: sono alla guida della mia auto insieme a mia moglie e un conducente sbadato sbuca improvvisamente da una via laterale senza rispettare lo stop, coinvolgendomi in un incidente stradale. Bene: se viviamo in comunione legale dei beni, mia moglie non potrà testimoniare a mio favore nella causa che si instaurasse per stabilire la responsabilità per quanto accaduto. Diversamente andrebbe se fossimo coniugati in regime di separazione dei beni. Riprendiamo l’esempio, aggravandone gli esiti. Nell’incidente mi faccio male: chi risponde dei danni? Se il danneggiante è in comunione legale dei beni, a patirne le conseguenze (al di là della copertura assicurativa RC) non sarà soltanto lui, ma anche il coniuge (o il convivente ovvero la persona civilmente unita, come detto). Questo non accadrebbe se la coppia avesse espresso la scelta della separazione dei beni. Analogamente accade nell’ipotesi in cui abbia debiti e i miei creditori intendano aggredire i miei beni per rivalersi di quanto non abbia pagato. Ai sensi dell’art. 189 cod.civ., i ceditori personali di uno dei coniugi, una volta escusso il patrimonio personale del loro debitore, possono colpire i beni della comunione, sia pure in ragione della quota di metà.

Insomma, una cosa sembra chiara, sia pure nella complicazione di questo pur sintetico quadro: la scelta tra comunione e separazione dei beni poco ha a che fare con un malinteso romanticismo, ma deve essere ispirata alla concreta conoscenza delle regole e al buon senso.

Daniele Minussi

Notaio in Lecco

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Autore:afm

Pubblicato il: 24 Luglio 2017

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